Grimless
Fiaba come transizione infantile verso l’età adulta. Fiaba come polmone d’acciaio per sopportare, da adulti, una quotidianità più afflata delle unghie di qualunque matrigna. Fiabe per nonni e nipoti, ognuno con il proprio bagaglio di desideri, aspettative e frustrazioni pronte a spiccare il volo verso una materializzazione dei bisogni. Che non sempre avviene. Perché le nostre giornate non sono scritte dai fratelli Grimm. Non hanno lieto fine. Non ci sono artifci abusati e fazioni manichee: buoni da una parte, cattivi dall’altra. Ci siamo noi. Fratturati. Ribaltati. Senza sconti. Grimmless. Senza Grimm,appunto. Nessuna Cenerentola, nessun Orco. I nuovi Hansel e Gretel, i timidi Pim Pum Fracassino, gli arroganti leprotti e i coraggiosi gnomi -emorragia di archetipi che ci sforano ogni giorno sull’autobus – incarnano figure e mondi che si stagliano all’improvviso nella nebbia di qualunquismo caratterizzante la nostra epoca: inquietanti come fantasmi, la cui identità fisica e mentale è assorbente e dolorosamente sincopata, alla stregua degli ossessivi ritmi techno delle autoradio che aggrediscono dai finestrini in corsa. L’evocazione di un’età dell’oro (quella in cui tutto è possibile, quella parallela e ipercontemporanea) che ci potrà dare la spinta propulsiva a trovare la pentola d’oro ai piedi dell’arcobaleno, cominciando col sollevare gli occhi dall’asfalto che abbiamo preso come riferimento per un’esistenza senza maiuscole.
Materia umana, quella metamorfca del desiderio, impastata con ironia e sgomento, con quella sospensione fabesca che richiede attitudine ludica e stupefatto distacco. Un progetto politico sulla fantasia, quello di Grimmless, come codice per analizzare il presente. Come segreta rinascita, ribaltando le classifcazioni di Bene e Male, per stanare il malessere di un’esistenza deprivata di valori, accontentata, vinta. Rifuto ostinato dell’economico palliativo digitale terrestre, armando la propria rabbia favolistica contro i mulini a vento del Facile: riappropriandosi di una fantasy-land, uno scudo etico (incastrato nella roccia) con il quale parare meglio i dardi dell’adulterato giorno. Con la nostra personale grammatica, diretta e ruvida. Con il nostro cuore, aritmico e balbettante. Con i nostri perimetri, indotti dalle fabe alle quali ci costringono gli altri. Con la nostra pupilla, che deforma e accartoccia i succedanei. Un new realism dove forse – come Pollicino – appellare le briciole che ci riconducano fuori dall’intrico forestale dell’Assenza. Dalla neve candida, che cade e ricopre tutto raffreddando – con bonario e vellutato silenzio – ogni brace vitale.”
turno E – sabato 21 aprile ore 21.00









