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Associazione Teatrale
Pistoiese,
Tauma, La Biennale di Venezia,
Presentano
Raffaella Azim
in
LA VEDOVA SCALTRA
Adattamento dal testo
di
Carlo Goldoni a cura
di Lina Wertmüller
in collaborazione con
Tiziana Masucci
Regia
Lina Wertmüller
Scene e Costumi
Enrico Job
Musiche Originali
Italo Greco, Lucio
Gregoretti
e Gabriele Miracle
con
Elena D'Anna, Massimo
Grigò, Fabio Mascagni, Roberto Valerio, Paolo
Zuccari
e con
Gianni Cannavacciuolo
nel ruolo di Arlecchino |
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Note di presentazione |
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Dopo
la realizzazione de Il Processo di Kafka, prosegue
il progetto di rivisitazione di chiave contemporanea
di grandi testi del passato, realizzato
dall’Associazione Teatrale Pistoiese insieme
all’attrice Raffaella Azim e all’Associazione Tauma.
In occasione del 300° anniversario della nascita di
Carlo Goldoni, la scelta è caduta su La Vedova
Scaltra.
Lo spettacolo vede il ritorno di Lina al teatro (a
tre anni di distanza dalla sua ultima fatica di
regista sul palcoscenico del Teatro Eliseo di Roma
con Lasciami andare madre).
Per la nota regista cinematografica, conosciuta e
apprezzata anche all’estero, è questo il primo
incontro con un testo della tradizione teatrale
italiana classica.
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Note
di regia, di Lina Wertmüller |
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Quello
di Carlo Goldoni è un secolo agitato e
rivoluzionario, sul crinale fra l’ “ancienne regime”
e i tempi nuovi. In quella Venezia, pullulante di
artisti e avventurieri provenienti da ogni parte
d’Europa, dove sotto una facciata austera perfino il
libertinaggio entrava e usciva dai conventi, il
nostro Carlo Goldoni s’incapriccia di questa
“vedova”. Testo di transizione tra la commedia
dell’arte e la commedia nova. E’ un’idea carica di
echi sensuali ma anche di segreti e profondi
simbolismi. L’idea non è solo quella di una
vedovella in cerca di marito, ma vi s’intrecciano
due percorsi: quello dei cavalieri vogliosi di
conquistare una preda e quello della donna che cerca
un uomo, un vero uomo. L’incrocio tra i desideri dei
pretendenti e quelli della vedova è l’avventurosa
partita da percorrere. Maritata giovanissima a un
signoreanziano e ricco, ha avuto con l’amore un
rapporto di sopportata dedizione all’autunno del suo
“Sior Consorte”. Per questo Job ha immaginato al
centro dell’azione un letto. Non è solo un rimando
al Settecento in cui le “Femme des Lettres” come
Madame de La Favette o Madame de Sevigny ricevevano,
ma un letto simbolo di tutte le voluttà che per lei
è sempre rimasto vuoto, e la sua vasta dimensione è
lì a sottolineare soprattutto quel vuoto. C’è il
letto e lei in quel letto, con tutta la cabala del
gioco della vita. Lei, nel candore che, malgrado la
vedovanza, rende quel letto quasi verginale, denso
di sogni, di solitudine che l’amore, quello vero
sensuale, non ha mai riempito, che è centro di un
gioco che non si può più sbagliare. Quattro
cavalieri europei che la penna goldoniana dipinge
nobili e benestanti, desiderosi della dama, navigano
con grazia le acque della galanteria e del
corteggiamento.
Anche se sotto i loro sofisticati nasi, senza che se
ne avvedano, si stanno infatti preparando
sconvolgimenti rivoluzionari e ghigliottine che
distruggeranno ogni incipriata eleganza. Qui si
sente circolare un’aria segreta che sa di
Romanticismo, che ha il profumo di un vero autentico
sentimento. È interessante che nella sua ultima
analisi Rosaura enunci soprattutto i difetti del
prescelto, di quell’ ”uomo”, di quel conte
innamoratissimo e geloso, pronto al duello o alla
rinunzia in cui la nostra vedova sente l’eco di un
vero autentico sentimento. Nella rielaborazione sono
stati eliminati, oltre alla sorella di Rosaura,
alcuni personaggi-maschere come Pantalone e il
Dottor Balanzone. Un testo più asciutto, nel quale
la polemica tra vecchio e nuovo, si concentra su
Arlecchino. E’ lui il testimone della “Commedia
dell’Arte”, la maschera su cui si riversano tutti i
difetti degli italiani ma che con la simpatia e
l’allegria riesce a farsi amare. Il nostro
Arlecchino, anticipando il “Servo di due padroni”,
ne serve addirittura quattro ma in realtà serve solo
Rosaura. All’inizio Rosaura è anche Venezia. Come
Rosaura si prende gioco dei suoi pretendenti, così
Venezia tiene sulle spine i suoi figli adorati, dal
carattere litigioso e criticone. Se si dovesse fare
un analisi di questo testo alla maniera degli studi
del sistema Stanislawski, il “Seme” illuminante di
tutta l’opera secondo me sarebbe la parola :
“Amore”. Sempre sotto l’aria leggera della commedia
innovatrice, Goldoni fa circolare intorno alla sua
vedova un sostanziale “bisogno d’amore”. Provate a
leggere il testo analizzandolo alla luce di un
diverso “ Seme”: con “Mondanita’”, oppure
“Famiglia”, o anche “ Solitudine”. Si vedrebbe
subito a quante differenti letture si presta questa
commedia. Se il seme fosse: “ Mondanità”, ovvero
lotta per una mondana posizione sociale, gli
intrighi dei nostri personaggi si svolgerebbero
pizzicando corde del tutto diverse: ambizione, lotte
per salire la scala sociale. O se il Seme conduttore
fosse “ Famiglia”, tutta l’azione si strutturerebbe
nel desiderio di costruire un nucleo familiare e
Rosaura cercherebbe un padre per i suoi figli. Nella
casa della nostra appassionata ma saggia vedova, i
valori sono diversi, freschi, autentici e ritrova
l’amore come senso centrale della vita. Secondo noi
la lettura più interessante e forse anche la più
appropriata per questa “ Vedova” è proprio con il
“seme dell’Amore”, soffio purificante che anticipa
il grande vento del Romanticismo, anche addensatore
di quei nuvoloni “Sturm und drang” che cambieranno
per sempre i cieli della cultura europea.
Fuori forse impazza il Carnevale.
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Un’idea di scenografia per “La vedova
scaltra”, di Enrico Job |
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Ho
sempre preferito lasciarmi suggerire le scenografie
da quanto a me pareva l’essenza di un testo, anziché
riferirmi alle indicazioni dell’autore, solitamente
poco portato a immaginare un’espressività anche
visiva di ciò che ha scritto.
Così ecco per “La vedova scaltra” una mia idea “non
verista”.
Le scene tradizionali per le commedie di Goldoni non
sono che la semplice descrizione dei veri ambienti
necessari all’azione. Spesso tuttavia qualche
complicazione c’è: per esempio i frequenti cambi di
scena e, senza il sostegno esemplificatore di una
qualunque sintesi drammaturgica, da quinte e
graticcia, è un continuo andare e venire di oggetti
d’arredamento e tele dipinte.
In questa commedia giovanile, Goldoni ha già
raggiunto però una sensibilità così acuta, profonda
e geniale da anticipare in pieno Settecento
femminismo e romanticismo. Il personaggio di Rosaura
ha infatti la determinata scaltrezza di scegliere,
tra i quattro pretendenti messi alla prova, proprio
come avrebbe fatto una fanciulla romantica, quello
più squattrinato, l’unico però che le ha dimostrato
d’amarla solo per amore. Ecco dunque un’interessante
drammaturgia che ha in sé una possibile sintesi
scenografica. A volte, nel Settecento le dame
usavano ricevere la mattina per la Conversazione
continuando a starsene pigramente sdraiate a letto.
Dato storico che mi ha suggerito il fulcro
significativo attorno al quale far ruotare l’intera
commedia: il grande letto dell’inappagata sensualità
della vedova di un novantaquattrenne, tanto vecchio
da far addirittura, e più che ragionevolmente,
supporre che abbia lasciato vergine la sua bella
sposa, forse ancora adolescente.
La solitudine di Rosaura, il sentimento della sua
frustrata bellezza e il desiderio dei pretendenti
che aspirano a possederla, hanno smisuratamente
ingigantito nella mia immaginazione le proporzioni
di questo desolato talamo vedovile, intorno al
quale, nel cerchio sopraelevato di una lignea,
“lussuosa”, dorata casa-paravento cui si accede
salendo alcuni gradini come attorno ad un’ara,
convengono le seduttrici speranze e le verbali
cortesie dei quattro pretendenti.
A destra e a sinistra del proscenio, due piccoli
tavoli di bar suggeriscono la strada sulla quale,
oltre alla casa di Rosaura, si affaccia pure la
locanda in cui lavora Arlecchino.
Nel realizzare questa idea di scenografia per “La
vedova”, con Giorgio Gori e i suoi ottimi
collaboratori, ci siamo comportati come artigiani
del Settecento, ispirandoci all’Arte Povera di un
secolo in cui le materie non sono quasi mai quelle
che sembrano; in cui l’oro è doratura, il marmo è
stucco trattato a marmoridea, e una tappezzeria non
è il tessuto damasco che sembra, ma una pittura che
ne finge la preziosità, magari su rozze tavole di
legno, e così le architetture di Venezia non sono
come sembrano dei grandi disegni dipinti in bianco e
nero, ma sagome di piccoli disegni fatti a tavolino
ingigantiti con moderne tecniche fotografiche,
anziché con un pantografo come sarebbe stato più
d’epoca e più corretto.
Nonostante queste ingannevoli eredità, il finto
lusso di settecentesche eleganze appartenute al
marito e le divertite megaproporzioni immaginate da
me per rappresentare la solitudine e le frustrazioni
vissute in un triste matrimonio, dall’alto del vasto
e sensuale deserto di lenzuola e cuscini del suo
letto, con inaspettata, sorprendente intuizione
romantica e femminile saggezza, alla fine Rosaura
saprà dare concretamente forma al proprio futuro.
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Purtroppo
nella primavera del 2008 ENRICO JOB ci ha lasciato.
Lo ricordiamo sulla scena del nostro Teatro Traiano
come giurato nella serata finale del concorso “Un
film per Civitavecchia”, il 26 gennaio 2008.
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Lina
Wertmuller, autrice e regista |
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Nasce a
Roma da padre
lucano (di
Palazzo San Gervasio, in
provincia di Potenza) e madre
romana, discendente da una nobile ed
agiata famiglia
svizzera. A diciassette anni si iscrive
all'Accademia
Teatrale diretta da
Pietro Sharoff, in seguito, per alcuni
anni, è animatrice e
regista degli spettacoli dei
burattini di
Maria Signorelli. Successivamente
collabora con celebri registi teatrali, tra i quali
Guido Salvini,
Giorgio De Lullo e
Garinei e Giovannini.
Lavora sia per la
radio che per la
televisione, in veste sia di
autrice che di
regista della prima edizione della
celebre trasmissione
Canzonissima e de
Il
giornalino di Gian Burrasca,
serie televisiva-musical.
Assistente alla regia in
E
Napoli canta del
1953 (che segnò l'esordio sul grande
schermo anche di
Virna Lisi), è aiutante ed attrice di
Federico Fellini nelle pellicole
La
dolce vita (1960)
ed
8
e ½ di due anni più tardi.
Il suo esordio come
regista è nel
1963 con
I
basilischi, amara e grottesca
narrazione della vita di alcuni poveri amici del
sud (della
Puglia,
Minervino Murge), che le valse la
Vela d'argento al
Festival di Locarno.
Nella seconda metà degli
anni Sessanta nasce la sua collaborazione
con l'attore
Giancarlo Giannini, che fu presente nei
suoi grandi successi
Mimì metallurgico ferito nell'onore
(del 1972),
Film d'amore e d'anarchia, ovvero stamattina alle 10
in Via dei Fiori nella nota casa di tolleranza
(del
1973),
Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare
d'agosto del
1974,
Pasqualino Settebellezze (del
1975). E poi ancora
La
fine del mondo nel nostro solito letto in una notte
piena di pioggia e
Fatto di sangue fra due uomini per causa di una
vedova... si sospettano moventi politici,
entrambi del
1978.
Candidata alla vittoria di
due
Premi Oscar nel
1976, tra cui quello per la miglior
regia, successivamente la regista romana continuò a
realizzare film venati di forte
satira sociale.
Nel
1992 dirige
Io
speriamo che me la cavo con
Paolo Villaggio, mentre nel
1996 torna alla satira politica con
Metalmeccanico e parrucchiera in un turbine di sesso
e politica, con
Tullio Solenghi e
Veronica Pivetti come i nuovi
Giannini-Melato.
Dopo la ricostruzione
storica
Ferdinando e Carolina del
1999 la Wertmüller torna dietro la
macchina da presa con la fiction
Francesca e Nunziata (2001,
con
Sophia Loren e
Claudia Gerini) e il film
Peperoni ripieni e pesci in faccia (2004,
sempre con la Loren protagonista).
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Enrico Job, scenografo e costumista |
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Enrico Job è nato nel
gennaio del 1934, a Napoli,dove nel 1933, sfuggendo
alle leggi razziali, i suoi genitori erano riparati
da Lipsia.
Dal 1966, collabora con Luca Ronconi per le scene e
i costumi di Santa Giovanna al rogo di
Honegger e Arlecchino di Busoni;cui seguono i
costumi di Riccardo III di Shakespeare e
II Candelaio di Giordano Bruno.
Nel 1968, a Belgrado, conclude la collaborazione con
Ronconi con l'allestimento dell'Orestea di
Eschilo, che gli vale il premio del Bitet per la
scenografia e i costumi.
Dal 1975 nasce un suo
speciale interesse per Strindberg e realizza le
scene e i costumi de Il Pellicano, Il Padre, I
Creditori per la regia di Mina Mezzadri e
Verso Damasco per la regia di Mario Missiroli.
A Spoleto, al Festival
dei due mondi, debutta nella regia con un testo di
Ceronetti.
A questa prima regia
ne seguiranno altre, nell'opera lirica come in
prosa, tra cui: Medea di Heiner Müller allo
Spaziouno di Roma; Il Trovatore di Verdi allo
Sferisterio di Macerata; Salomè di Strauss
all'Opera di'Roma;
Elisabetta
d'Inghilterra di Rossini al San Carlo di Napoli.
Nel 1980 gli viene
conferito il «Premio Ubu» per la scenografia de I
giganti della montagna di Pirandello.
Nel 1994, per la prima
volta si confronta con un testo di Harold Pinter:
Terra di nessuno, realizzando una scenografia da
cui presto altri presero spunto.
Nel 1996 realizza ad
Atene le scene e i costumi di La Bohème e per
la prosa, sempre con Lina Wertmüller, Lasciami
andare madre, Peccati d’allegria e Molto
rumore - senza rispetto – per nulla.
Dal 1991 è nato un
sodalizio con la
Compagnia di Luca De Filippo:
Questi fantasmi e Tartufo per regia di
Armando Pugliese; Aspettando Godot e
L’arte della commedia, per la regia dello stesso
Luca De Filippo; Napoli milionaria e Le
voci di dentro per la regia di Francesco Rosi.
Contemporaneamente
all'attività teatrale, dal 1966 a oggi, ha
collaborato con scene e costumi a una trentina di
film, tra i quali: Travolti da un insolito destino
nell’azzurro mare d’agosto, Pasqualino
Settebellezze, Film d'amore e d'anarchia, Io
speriamo che me la cavo, Ferdinando e Carolina
e Francesca e Nunziata per la regia di Lina
Wertmüller.
Carmen di Bizet
per la regia di Francesco Rosi e Complicato
intrigo di donne, vicoli e delitti ancora per
regia di Lina Wertmüller, ricevono tre Premi
Donatello e un Nastro d’argento per la
scenografia e i costumi.
Dal 1969 riprende
l'attività nell'arte con varie mostre e
performances in Italia e all'estero.
Nel 1985, presso
l’editrice Sellerio, su proposta di Leonardo
Sciascia pubblica il romanzo La Palazzina di
Villeggiatura, Il pittore Felice, e recentemente per
l’editrice Frassinelli Il cavallo a dondolo. |
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