|
|
|
 |
|
|
Spettacolo in
abbonamento disponibile il 6 e 7 marzo
|
|
SHYLOCK IL MERCANTE
DI VENEZIA IN PROVA |
 |
|
Arena del Sole - Nuova Scena
Teatro Stabile di Bologna
Emilia Romagna Teatro Fondazione
Teatro Stabile Pubblico Regionale
in collaborazione con
Estate Teatrale Veronese
presentano
MONI OVADIA E SHEL SHAPIRO
in
SHYLOCK
IL MERCANTE DI VENEZIA IN PROVA
di
ROBERTO ANDÒ e MONI OVADIA
da William Shakespeare
regia
ROBERTO ANDÒ E MONI OVADIA
scene
GIANNI CARLUCCIO
|
|
 |
 |
 |
Note di presentazione |
|
|
Un nuovo spettacolo
scritto e diretto a quattro mani, da Roberto Andò e
Moni Ovadia, ispirato al Mercante di Venezia di
Shakespeare, che si inserisce nel solco di quel
teatro musicale su cui Moni Ovadia ha da sempre
incentrato la propria ricerca espressiva, fondendo
l’esperienza di attore e di musicista. In scena, nel
ruolo di Shylock, un interprete di eccezione: Shel
Shapiro. Pioniere della musica rock in Europa e uno
dei padri della canzone italiana a partire dagli
anni Sessanta, il mitico leader dei The Rokes. |
 |
|
|
 |
Shylock, istruzioni per l’uso |
|
| |
|

“A questo chiamo testimoni i buffoni del Tempo,
coloro che muoiono per il bene dopo aver vissuto per
il crimine.” William
Shakespeare Sonnets, 124
Il Mercante di Venezia è uno dei testi più densi e
affascinanti di William Shakespeare, dove convivono
genialmente (in un sottile variare di toni dal
tragico al comico) temi diversi e cruciali come
quello della sacralizzazione del denaro, cioè della
sua degenerazione e reificazione nei sentimenti
attraverso il subdolo infiltrarsi nel privato (che
accomuna tutti i personaggi principali),
o quello dell’omosessualità, legato al personaggio
di Antonio, e al suo spleen speciale, o ancora
quello della legge, ossia della giustizia da
applicare secondo i casi, ma sempre piegata al
volere del denaro, a convalida di una norma e di una
ratio indissolubilmente legate al potere, di cui la
legge tende a essere insieme recita e rito. Temi che
appartengono ad ogni tempo, e che in ogni tempo
risuonano in modo particolare. Ma il fuoco
principale del play, ciò che ne costituisce lo
charme inconfondibile, emana dal suo personaggio più
sfuggente e insieme più connotato, Shylock, l’Ebreo.
Sfuggente e connotato, questo doppio passo, da
ossimoro, pesa infatti su Shylock e sulla tradizione
che lo ha
reso, nel tempo della sua lunga e trionfale
apparizione sui palcoscenici del mondo,
contemporaneamente un marchio d’infamia e una
vittima espiatoria, una modalità proverbiale della
cattiveria, e l’alta testimonianza
dell’autorevolezza dell’umano. Il Mercante di
Venezia in prova ha inizio in un luogo che non è
identificabile, potrebbe essere un mattatoio o un
teatro, uno di quei luoghi che la contemporaneità ha
sublimato e convertito, inscenando il Bene lì dove
era di casa il Male, un luogo dove un regista
dovrebbe provare il suo Mercante di Venezia,
finanziato da un mercante odierno, delle cui immense
fortune nessuno sa rintracciare l’origine,
all’infuori del sospetto che le vuole certamente
generate dal crimine. L’ossessione del regista e
quella del mercante sono speculari, il primo
vorrebbe restituire a Shylock la libbra di carne che
gli è stata negata cinquecento anni fa, l’altro
vorrebbe acquisire un altro pezzo speciale nella sua
collezione di libbre, catturando il cuore di un
artista. Uno vorrebbe profanare il confine tra
l’Arte e la Vita, l’altro vorrebbe sondare un’ultima
chance per il teatro di continuare ad essere, al di
là dei suoi trucchi e delle sue miserie,
l’irriducibile talismano dell’umano.

In un deliquio febbrile, che via via prende la forma
di un puzzle, le scene
immaginate dal regista si alternano a divagazioni
sulla verità e sulla menzogna,
mentre uno Shylock agonizzante, sorvegliato da un
Cardinale, da un oscuro prelato e da un’infermiera,
continua a balbettare, come un ritornello ossessivo,
il suo monologo più celebre: Se ci pungete, non
sanguiniamo? Se ci fate il solletico, non ridiamo?
Se ci avvelenate, non moriamo? È una sarabanda sul
senso (o non senso) del teatro? Un pastiche? O,
piuttosto, un paesaggio dove, in controluce, è
possibile riconoscere il rischio del teatro oggi,
ciò che lo pone a un bivio, sparire
nell’inessenziale marginalità che gli è stata
affidata o riprendere ad essere quello che una volta
era, un grande paese senza nome che appartiene a
tutti, un paese dell’anima, dove ciò che viene di
continuo evocato nel nome dell’umano risulterebbe
vago e approssimativo se non venisse ogni volta
scandagliato l’eterno gioco del prestito e del
debito, quella speciale e riuscita acrobazia
dell’uomo di farsi mercante di ciò che non è in
vendita, ieri come oggi, nel tempo orribile che di
volta in volta ci tocca in sorte, ieri nel tempo
delle Venezie o delle Buchenwald, oggi in un tempo
chiuso al respiro dell’altro, un tempo che
sembrerebbe avere definitivamente escluso la vastità
del vivere dal suo orizzonte, e con essa, la pietà e
il dolore degli altri. È una commedia o una
tragedia?
|

|
|
|
|
| |
|