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NUOVO TEATRO
diretto da
Marco
Balsamo
presenta
IL DIO DELLA
CARNEFICINA
di
YASMINA REZA
Traduzione
ALESSANDRA
SERRA
con
ANNA BONAIUTO
ALESSIO BONI
MICHELA CESCON
SIVIO ORLANDO
Regia
ROBERTO ANDO’
Scene, costumi
e luci
GIANNI
CARLUCCIO |
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Note di presentazione |
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I genitori del piccolo
Bruno (Anna Bonaiuto e Silvio Orlando) ricevono in
casa i genitori di Ferdinand (Michela Cescon e
Alessio Boni). Il ragazzo ha colpito al viso Bruno
in una lite di strada.
Le due coppie hanno deciso di incontrarsi per
regolare la disputa nel segno della civiltà e del b uon
senso. All’inizio, dunque, ben disposti e
concilianti, tentano di approcciarsi con buoni
propositi di tolleranza e comprensione reciproca
che, però, poco a poco svaniranno del tutto.
È questo il plot dell’ultima commedia di Yasmina
Reza, Il Dio della carneficina, reduce dai grandi
successi ottenuti a Parigi nella messinscena da lei
stessa curata con l’interpretazione di Isabelle
Huppert nel ruolo di Véronique, e a Londra, nella
traduzione di Christopher Hampton per
l’interpretazione di Ralph Fiennes, nel ruolo di
Alain. Una commedia che conferma la straordinaria
fortuna della Reza con le platee di tutto il mondo,
dopo il grande exploit internazionale di Art, e
anche l’interesse per la sua opera di registi e
interpreti come Luc Bondy, John Turturro, Roma
Polansky.
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Note di regia di Roberto Andò |
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Ne Il Dio della
carneficina di Yasmina Reza c’è una specie di
furibondo humor sarcastico, ma anche l’abilità
cesellatrice di un dialogo in bilico tra commedia e
tragedia, ricreato ascoltando il potere micidiale e
terribile della parola media, la musicalità e la
fraseologia, camaleonticamente irresistibile, della
medietà, delle sue vaste e sublimi galassie. Un
piccolo trattato morale di teoria della cultura ,
che sembra voler rispondere – con l’ambiguità tipica
del teatro – alla seguente
domanda: Le buone intenzioni ci salveranno? La Reza
non sembra avere dubbi, e la sua pièce consegna allo
spettatore una risposta, a suo modo, perentoria: No!
L’inequivoco scetticismo di questa risposta è però
messo a servizio di una macchina implacabile,
virtuosisticamente variata sul ciglio di un barato
epocale, tra solidarietà ed egoismi. È un testo da
mettere in scena cercando di non lasciarsi
eccessivamente contagiare dal sulfureo cinismo che
lo abita, lasciandosi guidare dal preciso e
geometrico rincorrersi dei colpi di scena,
dall’abilità
con cui nel dialogo si aprono nuove, inaspettate
prospettive, che sfumano e svariano, nei quattro
personaggi che ne rendono l’ordito, a turno, l’odio,
il risentimento, l’invidia, il vuoto, il nulla. La
Reza non crede alle magnifiche sorti e progressive
dell’uomo contemporaneo, bene informato, diligente
servitore di generiche cause morali, coattivamente
alla ricerca, per sé, d’improbabili attestati di
civiltà e buone maniere. Riesce così, di questa
umanità, a scovare il sottofondo barbarico,
nichilista, meschinamente
incapace di condividere un pur minimo progetto
comune. Lo fa dandosi il perimetro modesto di un
intelligente divertissment, di un intrattenimento
contagiosamente divertente, che nella risata
sommerge anche lo spettatore, riflesso nello
specchio deforme di una condizione in cui molti
potranno riconoscersi.
Non ho mai affrontato
fino ad ora un testo di questo genere, probabilmente
per un sospetto. Diffidavo dell’eccessiva
definizione di cui sono relatori i personaggi,
dell’eccessiva pro grammaticità che, in genere,
abita questo tipo di drammaturgia dedicata all’oggi.
I teatro mi sembra, infatti, da sempre,
inestricabilmente legato alla possibilità
vertiginosa di far vacillare le nostre certezze,
conducendoci in luoghi ignoti, attraverso una lingua
di cui non afferriamo mai del tutto il senso.
Assistendo, a Parigi, ad una recita
dell’allestimento di questa pièce curato dalla
stessa Reza, con un formidabile quartetto di attori
tra cui Isabelle Huppert, ho capito che questo testo
contiene una sfida, compresa tra l’apparente
evidenza di ciò che mostra, e l’efferatezza
misteriosa che nasconde. |
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