“Lo spettacolo nasce con l’idea di andare a frugare nel laboratorio di Giorgio Gaber e Sandro Luporini. Entrando in scena trovo alcune registrazioni dei suoi spettacoli ma soprattutto le fonti dalle quali i due autori prendevano ispirazione: Céline, Adorno, Musil, ma anche Calvino, Rodari, Pasolini. Sono spunti dai quali partiamo per portare in scena un monologo o per ripercorrere la genesi di una loro canzone”. “Assieme a Giorgio Gallione abbiamo scelto di incentrare lo spettacolo su monologhi e canzoni politiche, nel senso più ampio di questo termine. Ma non mancano ovviamente profondità rivestite di leggerezza, come in “La nave”, o “L’odore”. I contraltari sono “La peste”, “Non è più il momento”, “Io se fossi Dio”, dove sono presenti messaggi di ribellione anche rabbiosa di fronte al panorama decadente e deprimente di quando scrivevano, nel quale non è affatto difficile riconoscerci anche oggi. Anzi, per quanto possano essere stati controversi e violenti gli anni ‘70, quella coscienza critica diffusa era gigantesca rispetto a quella di adesso”. «Gaber e Luporini radiografavano le mutazioni della società senza mai cercare il consenso di chi ascoltava. Ci sono state anche molte contestazioni durante i suoi giri per i teatri. Allo stesso modo questo non vuole essere uno spettacolo accomodante: oggi la polarizzazione ci impedisce di approfondire, ci si confronta poco sul contenuto e molto sull’appartenenza a una fazione. Non vogliamo “tramandare” Gaber come un santino, ma usarlo come un classico, come Pirandello, come filtro per inquadrare il presente senza ipocrisie e cercare di leggerlo al di là delle convenienze o comodità personali».
Neri Marcorè


